Anniversario diverso per la commemorazione della morte del giudice Borsellino. Sono stati rilasciati solo ora, dopo molti anni e con parsimonia quantomeno sospetta, gli audio di alcune dichiarazioni ufficiali. L’ascolto ci crea tristezza e imbarazzo. E fa sorgere qualche legittima domanda. Perché non si è ancora data una risposta al mancato uso del computer che giaceva inutilizzato in Procura? Quali sono state le reazioni alla domanda sul senso della scorta mattutina e della libertà di essere assassinato dal pomeriggio? Stiamo ragionando di avvenimenti di quasi 2 generazioni addietro, in un periodo in cui i giudici andavano nelle scuole a spiegare il fenomeno mafioso, con la coscienza civile e la consapevolezza che solo una diversa cultura delle giovani generazioni avrebbe potuto arginare un fenomeno dilagante. Ora dobbiamo avere il coraggio di riflettere a distanza di 27 anni. E, mantenendo sempre valido il principio di “+ cultura e – mafia”, individuare intransigenze civili in grado di fare da cordone sanitario al contagio. In un paese dove la prolungata recessione economica ha drasticamente diminuito la capacità dei privati di grandi investimenti, lo Stato e gli Enti Locali sempre più diventano soggetti erogatori di fondi destinati allo sviluppo e alla realizzazione delle necessarie infrastrutture, e di conseguenza soggetti alle attenzioni della criminalità organizzata. Gli amministratori hanno il dovere di prendere e mostrare costantemente distanza dalle situazioni operative e, al contempo, pretendere dagli uffici preposti un controllo efficace su quanto viene realizzato con i soldi pubblici. E vigilare in maniera neutra sulle proposte che provengono da soggetti portatori di interessi economici. La giusta distanza che consenta una corretta prospettiva tra sviluppo e legalità. La mafia non è obbligatoriamente una predisposizione, ma anche uno stato d’animo, magari temporaneo, che induce alla soluzione più facile e interessata. Il rifiuto di qualunque scorciatoia è il nostro dovere civile attuale, è il rispetto che dobbiamo a chi ha difeso la comunità, è la migliore eredità che possiamo lasciare alle nuove generazioni.