Anniversario diverso per la commemorazione della morte del giudice Borsellino. Sono stati rilasciati solo ora, dopo molti anni e con parsimonia quantomeno sospetta, gli audio di alcune dichiarazioni ufficiali. L’ascolto ci crea tristezza e imbarazzo. E fa sorgere qualche legittima domanda. Perché non si è ancora data una risposta al mancato uso del computer che giaceva inutilizzato in Procura? Quali sono state le reazioni alla domanda sul senso della scorta mattutina e della libertà di essere assassinato dal pomeriggio? Stiamo ragionando di avvenimenti di quasi 2 generazioni addietro, in un periodo in cui i giudici andavano nelle scuole a spiegare il fenomeno mafioso, con la coscienza civile e la consapevolezza che solo una diversa cultura delle giovani generazioni avrebbe potuto arginare un fenomeno dilagante. Ora dobbiamo avere il coraggio di riflettere a distanza di 27 anni. E, mantenendo sempre valido il principio di “+ cultura e – mafia”, individuare intransigenze civili in grado di fare da cordone sanitario al contagio. In un paese dove la prolungata recessione economica ha drasticamente diminuito la capacità dei privati di grandi investimenti, lo Stato e gli Enti Locali sempre più diventano soggetti erogatori di fondi destinati allo sviluppo e alla realizzazione delle necessarie infrastrutture, e di conseguenza soggetti alle attenzioni della criminalità organizzata. Gli amministratori hanno il dovere di prendere e mostrare costantemente distanza dalle situazioni operative e, al contempo, pretendere dagli uffici preposti un controllo efficace su quanto viene realizzato con i soldi pubblici. E vigilare in maniera neutra sulle proposte che provengono da soggetti portatori di interessi economici. La giusta distanza che consenta una corretta prospettiva tra sviluppo e legalità. La mafia non è obbligatoriamente una predisposizione, ma anche uno stato d’animo, magari temporaneo, che induce alla soluzione più facile e interessata. Il rifiuto di qualunque scorciatoia è il nostro dovere civile attuale, è il rispetto che dobbiamo a chi ha difeso la comunità, è la migliore eredità che possiamo lasciare alle nuove generazioni.

Peschiera Bene Comune aderisce alla raccolta firme per la legge di iniziativa popolare proposta dal Comitato Rodotà.

Decenni di svendite del patrimonio pubblico non hanno solo privato le generazioni future delle ricchezze culturali italiane. Ne hanno compromesso la salute pubblica e la sostenibilità ecologica, andando ad impattare gli ecosistemi dalla quale entrambe dipendono.

Ma dal 1990 ad oggi, i governi italiani hanno venduto a privati una fetta di patrimonio che ammonta a 900 miliardi di euro. Boschi, colline, interi borghi e palazzi storici, riserve idriche, infrastrutture e collezioni artistiche, sono tutti stati oggetto di acquisizioni private. Da sempre, anche il patrimonio che rimane pubblico è spesso trascurato e gestito non nell’interesse di chi in futuro dovrà e vorrà farne uso, ma nell’interesse economico di chi lo gestisce e quindi, spesso, al risparmio.

Attraverso un’ambiziosa raccolta firme, si propone la riforma del codice civile di modo da introdurre i beni comuni come categoria giuridica al fianco di proprietà privata e pubblica. Questo toglierebbe il diritto al governo in carica di essere proprietario completo del patrimonio pubblico, e quindi di venderne le parti per finanziare la propria legislatura o peggio, le proprie tasche. I beni comuni italiani, dai palazzi storici alle strade, dall’aria ed il suolo arabile fino ai ghiacciai ed i mari, dovranno essere amministrati nell’interesse delle generazioni future, sostituendo alla logica del profitto quella della cura

Il comitato Rodotà vuole riportare la discussione sui beni comuni in parlamento. Attraverso un’ambiziosa raccolta firme, si propone la riforma del codice civile di modo da introdurre i beni comuni come categoria giuridica al fianco di proprietà privata e pubblica. Questo toglierebbe il diritto al governo in carica di essere proprietario completo del patrimonio pubblico, e quindi di venderne le parti per finanziare la propria legislatura o peggio, le proprie tasche. I beni comuni italiani, dai palazzi storici alle strade, dall’aria ed il suolo arabile fino ai ghiacciai ed i mari, dovranno essere amministrati nell’interesse delle generazioni future, sostituendo alla logica del profitto quella della cura.

La legge d’iniziativa popolare permette ad ogni cittadino italiano avente diritto al voto di sottoporre un disegno di legge al parlamento. Per essere discussa, la proposta deve raggiungere 50.000 firme di cittadini aventi diritti al voto. La Legge d’iniziativa popolare fa riferimento all’articolo 71 della costituzione italiana, uno dei più importanti articoli per quanto riguarda l’esercizio di democrazia partecipativa e diretta. Nonostante ciò, l’importanza dell’articolo in questione è spesso sottovalutata, ed esso non viene insegnato, e raramente viene esercitato il diritto che esso garantisce.
Dopo tre legislazioni non elette dai cittadini (Monti, Letta, Renzi), solo il 73% degli aventi diritto al voto ha votato nelle ultime elezioni, a testimoniare un ormai attestato allontanamento dei cittadini italiani dalla politica. Le promesse dei nuovi partiti ora al governo, di portare le voci dei cittadini in parlamento faticano a convincere una popolazione ormai disillusa di fronte ad uno stato che sembra ingovernabile. La legge di iniziativa popolare promossa dal Comitato Rodotà vuole porsi al di fuori ed al di sopra dello stagnante dibattito politico Italiano, promuovendo un’azione che salvaguardia il bene di tutti, il patrimonio culturale-artistico e naturale dell’Italia, nell’interesse dell’ambiente, del pubblico, e delle generazioni future che abiteranno e dirigeranno questo paese.

Basta un firma per sostenere i beni comuni e il nostro patrimonio.

Potrai firmare nel tuo comune nelle ore di apertura degli uffici oppure a questi appuntamenti a Peschiera Borromeo:

Maggio 4 –  Mercato di via Matteotti dalle 10.00
Maggio 11 –  Mercato di via Matteotti dalle 10.00
Maggio 18 –  Mercato di via Matteotti dalle 10.00
Maggio 25 –  Mercato di via Matteotti dalle 10.00
(calendario in aggiornamento)

Per informazioni sulla raccolta firme: benipubbliciecomuni.it

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Tra tutte le regioni italiane, la Sardegna è quella a più alta concentrazione di ovini (circa tre milioni tra pecore e capre, ovvero quasi due pecore per ogni abitante), qui si trova infatti più del 40% di tutte le pecore allevate in Italia.
Il 60% del latte prodotto, poi, è destinato alla produzione di pecorino romano dop, oltre che, naturalmente, alla produzione di pecorino sardo e di fiore sardo, entrambi prodotti dop riconosciuti nell’Unione Europea.
Non è un mistero che il settore agropastorale sia il tessuto e l’ossatura su cui si fonda l’economia della Sardegna; ciononostante, a causa di scelte industriali scellerate, non sostenibili e non conformi alla realtà isolana, negli ultimi dieci anni è scomparso un alto numero di pecore (si stima un milione) e i pastori sono fortemente diminuiti (da circa 19.000 unità a poco più di 12.000). A ciò si aggiunga che gran parte del territorio sardo (35.000 ettari di territorio) è stato forzatamente tolto alla popolazione per la localizzazione delle basi militari (la Sardegna da sola conta quasi il 60% di tutti gli insediamenti militari nazionali, contro il 2% della popolazione).
Essere pastori in Sardegna non è semplicemente un lavoro, ma una vocazione, le radici comuni di un popolo intero. Attaccando o delegittimando i pastori sardi si attacca e si delegittima un’intera comunità, un’intera regione, l’intera Sardegna. L’intero compartimento agropastorale.
Quel latte gettato a terra per esasperazione e rabbia, con le lacrime agli occhi, ha una valenza simbolica forte: una vita di sacrifici per sé, la propria famiglia e la propria comunità può valere solo 0,60 centesimi? Può la dignità di un popolo essere svenduta a 0,60 centesimi?
SESSANTA centesimi al litro non coprono neanche i costi di produzione, se si conta che il buon mantenimento di una pecora (tra cure, foraggio, mangime, mungitura, tosatura ecc.) costa in media tra 1-1,20 € al giorno e ogni pecora produce di media un litro di latte al giorno.
I pastori dicono che gli industriali hanno fatto cartello, e a ben vedere non si può dar loro torto. Verrebbe da pensare, infatti, che gli industriali mirano ad obbiettivi ben precisi, che gli italiani tutti, non solo i sardi, non possono certo accettare supinamente: per mantenere quanto meno costi/ricavi a pari, si “strozza” il pastore, così che aumenti la produzione, a discapito della qualità del prodotto e del benessere animale; non accettando questo ricatto, gli industriali avranno la scusa per delocalizzare la produzione, richiedendo latte che costa meno, con tutte le conseguenze del caso, a discapito del consumatore finale: meno controllo, meno qualità, più manodopera a un costo inferiore, meno diritti.
Ecco perché la lotta dei pastori sardi non può che essere la lotta di tutti. Ed ecco perchè la politica non può essere latitante o rispondere per slogan alle legittime istanze di un popolo intero.

M. Pusceddu

 

 

Sa boxi de su pastori

Narànta “biancu che su latti”
ma ohi arrubiu è su sudori
e deu can no seu pastori
m’indignu mancai non fetzi pati.
Sudori e trumentu
scavuau a su bentu
po tzerriai s’indigna
de tottu sa Sardigna!
Trumentu e dabori
traballau cun onori
allemusia no’ndiobeusu
ma su giustu cun pesu.
Sindeisi pigau de bucca su pain
e scéti fanialla si obeisi donain
a su fammini s’obeisi potai
ma nosu de prusu eusu a fai.
Seisi sudrusu e tzrupusu
e de cgoru sumprusu
ma nosu cun dinnidadi potau boxi
e ancora si fadeusu connoxi.
A fai cùstu se prantu su cgoru
su latti po nosu esti s’oru
ma prutostu dedd’arregallai
a sa terra ddonausu a buffai!

09 febbraio 2019
Tore Pusceddu

Cogliamo l’occasione dello spunto lanciato dal periodico l’Impronta per rilanciare la nostra visione sulle questioni urbanistiche di Peschiera Borromeo. Qualche cosa è cambiato e in modo tanto radicale che se n’è accorto anche Silvio Chiapella. Se n’è accorto giustamente essendo un esponente, tesoriere se non erriamo del locale P.D., partito che si è messo in mostra negli ultimi anni per essere stato protagonista dei più “controversi” interventi urbanistici che la nostra città ricordi. Diciamo controversi perché altrimenti non sapremmo come definire interventi che hanno causato tanti problemi quanti sono i metri cubi costruiti: ce ne fosse stato uno che sia finito liscio! Ma il vento è cambiato e il signore in questione si allarma perché in città non vede nuovi cantieri, però si sbaglia perché per fortuna ci sono e sono attivi (e aumenteranno) quelli delle manutenzioni stradali e delle scuole che per decenni sono stati evitati. E’ cambiato perché il protagonista dello sviluppo urbanistico della città non è più il costruttore, che viene comunque ricevuto su appuntamento come ogni altro cittadino, ma è il progetto di sviluppo della città che nasce da un indirizzo politico e seguirà con il confronto con i cittadini. Le nuove linee guida del PGT sono state pubblicate sul sito del comune ( che abbiamo dovuto rifare in quanto il precedente era impresentabile ) e parlano chiaramente di una Peschiera in cui non si potrà più costruire per lasciare palazzi vuoti ma si dovrà recuperare quello che già si è fatto o abbandonato. Capiamo che per un partito che a livello nazionale si muove tra grandi opere e banche da salvare questo cambio di punto di vista sia qualche cosa di traumatizzante, però vogliamo cogliere e condividere un’altra suggestione degli articoli che abbiamo letto: chi ha sbagliato deve pagare! E non stiamo parlando di poteri invisibili o lenti impiegati in ritardo con gli espropri, ma della necessità di individuare se qualcuno ha usato le risorse pubbliche per facilitare interventi privati a solo beneficio dei privati, se ha ritardato l’incasso di ciò che era dovuto al Comune e se ha votato delibere con la leggerezza di chi non tutela il patrimonio collettivo. Grazie per la disponibilità ma al tavolo i posti sono tutti occupati e il contributo degli amministratori del passato lo preleveremo direttamente dagli atti compiuti non dalle parole. Purtroppo gli sbagli del passato rimangono sul territorio come cicatrici di cemento armato, quello che dobbiamo cogliere è come sia cambiato il modo di sviluppare la città: con attenzione al territorio, condivisione dei percorsi e trasparenza nelle attività. E se proprio non potete fare a meno dei colossali cantieri andate in gita nei comuni limitrofi governati da quei noti partiti e godetevi lo spettacolo, a Peschiera i cittadini hanno scelto un’altra strada: quella dello sviluppo sostenibile.